Questo 8 marzo...
Torna l’8 marzo. E le donne fanno festa. La mimosa è il simbolo della giornata. Immancabile.
Si festeggiano l’emancipazione, la parità sessuale, il diritto di una propria sfera di libertà. Intangibile. Per ogni età e condizione. Qualunque sia la fede (o nessuna fede) di ogni donna.
E, naturalmente, d’etnia, come prevede, per esempio, la nostra Costituzione. Tutti balli, canti e sbornie, dunque?
No. L’8 marzo è celebrato nella sola parte occidentalista della Terra. E neppure ovunque con la medesima intenzione. Negli emisferi meridionali, e per buona parte del continente asiatico, la condizione femminile è altro. Anzi, potrebbe persino essere definita una non condizione.
Ci sono grandi Paesi – Cina, India e altri ancora – nei quali la donna non ha neppure diritto di nascere. Non solo perché le donne sono troppe, ma proprio perché vengono preselezionate in negativo. Nel senso che le madri vengono fatte abortire: poche con le buone, molte con le cattive, in maniera spicciativa. Anche a costo di far morire contemporaneamente e madre e figlia. Così come esiste la tradizione che i genitori di una vergine in fiore debbano dare in dote allo sposo, anche se vegliardo, cospicue ricchezze perché questo si degni di portarsela in casa, magari assieme ad altre concubine.
Di quale emancipazione, dunque, si ciancia? Delle donne e ragazze che non sanno neppure di che cosa si tratti e di quali esiti – non tutti rose e fiori – che implicano? O soltanto dell’emancipazione nelle nostre contrade, nelle quali ogni anno, a data fissa, le donne – bimbe, spose, madri, donne mature o ormai al tramonto – si sentono, se non appagate, ebbre di gioia liberatoria, di voglia di trasgressione, di esibirsi sentendosi, almeno ventiquattr’ore, padrone assolute del loro piccolo mondo?
Questo modo di celebrare l’8 marzo mi ricorda antiche abitudini, anche italiche, per cui i tiranni, per accrescere il loro potere, lasciavano che, per un solo giorno all’anno (o magari soltanto in una vita) si fingeva che i servi fossero padroni, e viceversa. Erano tutti felici e contenti, ma la sostanza restava la stessa. Era un gioco tragico. E, l’indomani lo schiavo che s’era sentito imperatore, magari veniva ferocemente soppresso perchè aveva osato assumere un’identità che non gli spettava.
Per non parlare di estesissime terre, magari ricche del prezioso e costosissimo petrolio dove, ancora nel XXI secolo cristiano, vigono le leggi del burka e dell’infibulazione, che mortificano la donna rendendola oggetto, mai persona né compagna di vita.
La festa della mimosa non è recentissima. Dà gioia, ma anche motivo di riflessione.
Ogni anno che passa dovrebbe suggerire qualche autocritica. Sulle sconfitte e sugli eccessi di pretese che finiscono col ricadere come pietre su chi le abbia avanzate. Il femminismo non sempre è bello.
Qui, da noi, l’8 marzo cade ancora una volta in piena campagna elettorale. Quando si vota, e le donne sono in maggioranza rispetto agli uomini, la democrazia è viva, non un optional. Ma quando non si viene elette, bensì nominate da burocrazie partitiche o da capataz assoluti di un partito qualunque, qualcosa non convince. Come non convincono le famose «quota rosa» riservate per un principio astratto e inconcludente.
Votare significa scegliere. Ma, se la scelta è obbligata e non permette di sceverare fra una donna e un uomo o fra una donna e un’altra donna, non c’è selezione meritocratica.
Finisce per prevalere un pregiudizio (il nuovo sul vecchio, il simpatico sull’antipatico, il più dotato sul più squattrinato) e la libertà di scelta resta un futuribile. Non si può, nello specifico, preferire una miss 8 marzo ad una docente di dottrine politiche. Il dovere civico vorrebbe che in parlamento entrassero non le protette, ma le teste pensanti femmine.
In questo 8 marzo 2008 mi auguro che in molti, donne e uomini, abbiano la possibilità – condizionata, ahimé, dal meccanismo elettorale senza preferenze – di valutare come concorrere alla riqualificazione della politica.
Questa, sì, sarebbe una grande conquista reale.